ageei.eu - Tensione Usa-Iran: Teheran valuta raid in Europa mentre lo stallo negoziale aggrava la crisi
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Teheran diffida le monarchie del Golfo dall’assistere Washington e minaccia risposte senza limiti.
La crisi in Medio Oriente varca i confini regionali e proietta l’ombra di un’escalation diretta sul continente europeo. A poco più di 48 ore dalla scadenza formale dei 60 giorni di tregua, conclusi lunedì 17 agosto, lo stallo nei negoziati tra Washington e Teheran si è trasformato in un braccio di ferro geopolitico. Secondo quanto rivelato dal quotidiano economico britannico Financial Times, i vertici militari iraniani avrebbero concretamente valutato la possibilità di sferrare attacchi contro obiettivi strategici e infrastrutture statunitensi situati nell’Europa sud-orientale nell’eventualità in cui la presidenza americana decida di intensificare le operazioni belliche. L’indiscrezione, emersa da fonti interne dell’intelligence e del governo iraniano, conferma la drammatica rottura dei canali diplomatici e delinea un quadro di sicurezza globale estremamente fragile.
LE BASI IN BULGARIA E CIPRO NEL MIRINO DEGLI ATTACCHI IRANIANI
Nel dettaglio del report fornito dal Financial Times, la pianificazione difensiva e offensiva delle forze armate di Teheran avrebbe individuato specifici target militari americani dislocati sul suolo europeo. Tra i Paesi a maggior rischio figura la Bulgaria, che proprio il mese scorso ha concesso l’autorizzazione all’impiego della base aerea di Bezmer da parte dei velivoli cisterna dell’aeronautica militare degli Stati Uniti per le operazioni di rifornimento in volo. Oltre al territorio bulgaro, anche la Repubblica di Cipro è stata indicata tra i potenziali obiettivi delle forze iraniane.
Fonti consultate dalla testata finanziaria hanno sottolineato come la Repubblica Islamica non intenda porsi “alcun limite” nella formulazione della propria risposta armata di fronte a un attacco statunitense, lanciando un monito esplicito ai governi alleati degli USA: “Questo è anche un messaggio all’Europa: può ricevere missili, quindi dovrebbe sapere quale posizione deve assumere in questa guerra”. La medesima fonte ha poi rimarcato le gravissime conseguenze di un eventuale attacco americano contro i siti strategici nazionali: “Un errore molto grave, come colpire le nostre infrastrutture, potrebbe far sì che la guerra si estenda oltre la regione e raggiunga l’Europa”.
TRATTATIVE IN FASE DI STALLO E LO SCONTRO SOCIAL SULLO STRETTO DI HORMUZ
Sul fronte politico-diplomatico, i tentativi di avviare un dialogo di pace tra Stati Uniti e Iran restano paralizzati in una condizione di totale blocco. Il presidente americano Donald Trump ha smentito seccamente qualsiasi voce relativa a negoziati in corso o programmati, riaffermando l’incondizionata validità del blocco navale e marittimo statunitense imposto attorno a Teheran.
La dichiarazione smentisce il retroscena diffuso dallo stesso tycoon nella giornata di lunedì, quando aveva annunciato l’esistenza di un canale negoziale aperto con i Pasdaran, notizia immediatamente e sdegnosamente bollata come falsa dalle autorità iraniane. Ad alimentare ulteriormente la tensione è stato un controverso post pubblicato da Trump sulla sua piattaforma social Truth Social: una mappa geografica con un cerchio tracciato sullo Stretto di Hormuz accompagnato dalla dicitura “Nuovo territorio Usa”. La provocazione della Casa Bianca ha suscitato una dura e immediata reazione da parte del viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, che repubblicando il post sulla piattaforma X ha risposto: “Presto la sua illusione riguardo allo Stretto di Hormuz verrà corretta, oppure saremo noi a correggere le illusioni di quest’uomo”.
IL RUOLO DI DOHA E L’ACCUSA IRANIANA DI PRESSIONI PER OTTENERE CONCESSIONI
La complessa architettura della mediazione internazionale risente fortemente di questo stallo. Stando alle valutazioni giunte dagli ambienti diplomatici del Qatar, gli intermediari internazionali considerano indispensabile il raggiungimento preliminare di un accordo bilaterale tra l’Iran e il Sultanato dell’Oman in merito alla regolamentazione e alla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, prima di poter concretamente riaprire i tavoli di trattativa multilaterale tra Teheran e Washington. Tuttavia, la dirigenza iraniana accusa gli Stati Uniti di adottare una strategia finalizzata al ricatto. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha denunciato pubblicamente gli atteggiamenti coercitivi dell’amministrazione americana, affermando: “Gli americani pensano che esercitando maggiore pressione sull’Iran otterranno concessioni che non erano previste dall’accordo”.
IL MONITO AI PAESI DEL GOLFO CONTRO IL SOSTEGNO ALL’ESERCITO STATUNITENSE
L’effetto domino della crisi minaccia d’incendiare l’intera regione del Golfo Persico. Attraverso una nota ufficiale diramata dall’agenzia di stampa statale Fars, il capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, generale Ali Abdollahi, ha rivolto un severo avvertimento formale a tutte le nazioni limitrofe, ammonendole chiaramente dal concedere supporto logistico o militare alle forze statunitensi, ricordando che nulla di ciò che accade nell’area resta “nascosto ai nostri occhi”. Abdollahi ha evidenziato come l’eccezionale concentrazione di velivoli da guerra americani e, in particolare, di aerei cisterna all’interno delle basi militari ospitate dai Paesi della regione sia una circostanza impossibile da giustificare senza la piena consapevolezza dei governi locali. Il generale ha quindi concluso con una chiara diffida strategica: “Avvertiamo: qualsiasi aiuto e agevolazione all’esercito aggressivo statunitense equivale a una partecipazione alle forze militari Usa”.
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LE BASI IN BULGARIA E CIPRO NEL MIRINO DEGLI ATTACCHI IRANIANI
Nel dettaglio del report fornito dal Financial Times, la pianificazione difensiva e offensiva delle forze armate di Teheran avrebbe individuato specifici target militari americani dislocati sul suolo europeo. Tra i Paesi a maggior rischio figura la Bulgaria, che proprio il mese scorso ha concesso l’autorizzazione all’impiego della base aerea di Bezmer da parte dei velivoli cisterna dell’aeronautica militare degli Stati Uniti per le operazioni di rifornimento in volo. Oltre al territorio bulgaro, anche la Repubblica di Cipro è stata indicata tra i potenziali obiettivi delle forze iraniane.
Fonti consultate dalla testata finanziaria hanno sottolineato come la Repubblica Islamica non intenda porsi “alcun limite” nella formulazione della propria risposta armata di fronte a un attacco statunitense, lanciando un monito esplicito ai governi alleati degli USA: “Questo è anche un messaggio all’Europa: può ricevere missili, quindi dovrebbe sapere quale posizione deve assumere in questa guerra”. La medesima fonte ha poi rimarcato le gravissime conseguenze di un eventuale attacco americano contro i siti strategici nazionali: “Un errore molto grave, come colpire le nostre infrastrutture, potrebbe far sì che la guerra si estenda oltre la regione e raggiunga l’Europa”.
TRATTATIVE IN FASE DI STALLO E LO SCONTRO SOCIAL SULLO STRETTO DI HORMUZ
Sul fronte politico-diplomatico, i tentativi di avviare un dialogo di pace tra Stati Uniti e Iran restano paralizzati in una condizione di totale blocco. Il presidente americano Donald Trump ha smentito seccamente qualsiasi voce relativa a negoziati in corso o programmati, riaffermando l’incondizionata validità del blocco navale e marittimo statunitense imposto attorno a Teheran.
La dichiarazione smentisce il retroscena diffuso dallo stesso tycoon nella giornata di lunedì, quando aveva annunciato l’esistenza di un canale negoziale aperto con i Pasdaran, notizia immediatamente e sdegnosamente bollata come falsa dalle autorità iraniane. Ad alimentare ulteriormente la tensione è stato un controverso post pubblicato da Trump sulla sua piattaforma social Truth Social: una mappa geografica con un cerchio tracciato sullo Stretto di Hormuz accompagnato dalla dicitura “Nuovo territorio Usa”. La provocazione della Casa Bianca ha suscitato una dura e immediata reazione da parte del viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, che repubblicando il post sulla piattaforma X ha risposto: “Presto la sua illusione riguardo allo Stretto di Hormuz verrà corretta, oppure saremo noi a correggere le illusioni di quest’uomo”.
IL RUOLO DI DOHA E L’ACCUSA IRANIANA DI PRESSIONI PER OTTENERE CONCESSIONI
La complessa architettura della mediazione internazionale risente fortemente di questo stallo. Stando alle valutazioni giunte dagli ambienti diplomatici del Qatar, gli intermediari internazionali considerano indispensabile il raggiungimento preliminare di un accordo bilaterale tra l’Iran e il Sultanato dell’Oman in merito alla regolamentazione e alla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, prima di poter concretamente riaprire i tavoli di trattativa multilaterale tra Teheran e Washington. Tuttavia, la dirigenza iraniana accusa gli Stati Uniti di adottare una strategia finalizzata al ricatto. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha denunciato pubblicamente gli atteggiamenti coercitivi dell’amministrazione americana, affermando: “Gli americani pensano che esercitando maggiore pressione sull’Iran otterranno concessioni che non erano previste dall’accordo”.
IL MONITO AI PAESI DEL GOLFO CONTRO IL SOSTEGNO ALL’ESERCITO STATUNITENSE
L’effetto domino della crisi minaccia d’incendiare l’intera regione del Golfo Persico. Attraverso una nota ufficiale diramata dall’agenzia di stampa statale Fars, il capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, generale Ali Abdollahi, ha rivolto un severo avvertimento formale a tutte le nazioni limitrofe, ammonendole chiaramente dal concedere supporto logistico o militare alle forze statunitensi, ricordando che nulla di ciò che accade nell’area resta “nascosto ai nostri occhi”. Abdollahi ha evidenziato come l’eccezionale concentrazione di velivoli da guerra americani e, in particolare, di aerei cisterna all’interno delle basi militari ospitate dai Paesi della regione sia una circostanza impossibile da giustificare senza la piena consapevolezza dei governi locali. Il generale ha quindi concluso con una chiara diffida strategica: “Avvertiamo: qualsiasi aiuto e agevolazione all’esercito aggressivo statunitense equivale a una partecipazione alle forze militari Usa”.
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